di draninin il domenica 21 febbraio 2010 15:50
Riprendiamo il discorso a seguito della nostra premessa del 23/01/2010. Prima però un breve inciso. E a chi di competenza. Non ho accennato ad alcuna parata sul Duce: anche perché ne aveva fatte tante lui!
Visto, Biancalana, dove si finisce seguendo certe logiche anziché parlare di quanto successe in quei tragici giorni? Sempre che quello fosse l’interesse.
E ancora: a proposito di cenni bibliografici, seppure meno aulici: un nostro defunto compaesano, Pignone Franco, fece omaggio alla “parcondicionata” nostra biblioteca, di un suo libercolo intitolato “Fervaje”. E’ una raccolta di ricordi e di episodi della sua fanciullezza. Per alcune poesie usa il dialetto. Egli fu testimone oculare dei fatti. Non so se è stato esposto e ritenuto idoneo alla lettura comunitaria. Provate a chiedere. Leggerlo non fa male.
Detto questo, veniamo subito ad una constatazione. Il raid aereo alleato, per quanto fallimentare nonostante un discreto spazio di manovra e nessuna copertura antiaerea di ostacolo, fece registrare sei vittime. Più alto era stato invece il bilancio delle vittime del primo bombardamento al Superiore il 29 agosto 1944, tra le quali il parroco Don Ernesto Scovazzi.
Lo sconcerto di quanto si dovette constatare nella mattinata del 3 gennaio fu davvero tanto. Ed è abbastanza vergognoso fare, di fronte a tanto scempio, disquisizioni di qualsivoglia natura. Basterebbe un po’ di pietà per quelle vittime e un po’ di rispetto per le famiglie. La speculazione politica è sempre odiosa: in questo caso è indecente e fuori di ogni etica.
Soprusi e violenze tra nazioni e tra popoli hanno segnato da sempre le vicissitudini dell’umanità. Noi ora stiamo trattando di come venimmo a trovarci protagonisti, nel contesto di uno sconvolgimento globale, che mise in atto sopraffazioni e crudeltà indicibili. Tanto più se dobbiamo tener conto dei valori etici e morali che già si erano raggiunti. Tutto ciò è fuor di dubbio e di tutto questo non si può non tener conto.
Ma nel microcosmo delle nostre vicissitudini e limitatamente a questo, quanto da noi accadde fu parimenti triste, vergognoso ed evitabile.
Avevamo parlato anche di poter fissare l’evolversi cronologico degli avvenimenti. Ma prima di tracciare un nudo e crudo susseguirsi di date e di ore abbiamo pensato, forse abusando della pazienza di molti, di proporre un raccontino di quanto accadde proprio in quei giorni. Già da questo non è difficile desumere una buona sequenza cronologica degli eventi. Alla fine potremo fare osservazioni, rilievi e commenti. Diciamo subito che questo scritto era stato preparato all’epoca in cui il “Gazzettino di Rossiglione” riportava racconti di compaesani emigrati con i relativi risvolti nostalgici, racconti di traversie di nostri compaesani nei rispettivi campi di prigionia, ecc. ecc. Si era pensato ci potesse essere spazio per raccontare di una sequenza di contrattempi venutisi a creare nei sciagurati giorni del 2 e 3 gennaio ’45. Anche qui dettagli personali ma che si inserivano in uno scenario che riguardava tutta la comunità. Non fu pubblicato dai buoni partigiani “etimologici” come li chiama il Gamba, giacché le conclusioni che se ne traevano avrebbero, anche in questo caso, portato poca acqua a quel precedente mulino.
Proviamo a riproporlo attraverso questo nuovo strumento mediatico.
"QUANDO UN GESTO SCORTESE POTREBBE PROPIZIARE UNA TRAGEDIA........
2 Gennaio 1945: Mario e Giorgio stanno salendo un piccolo sentiero in località Cà da Basso per raggiungere la “Moglia”. Li aspetta per aiutarli nei compiti la maestra sig.ra Caraceni. Ospiti in un appartamento di Lena della “Moglia”, la sig.ra Caraceni e le due figlie Magda e Fiorella, di 15 e 12 anni, si trovavano sfollate a Rossiglione dopo che il padre, un ufficiale marconista di bordo, era deceduto nella lontana isola di Madagascar. Amici dei signori Mosca, solevano trascorrere le vacanze estive a Rossiglione. Ora, in quella condizione, rimanere a Genova, oltre che pericoloso, sarebbe stato anche economicamente difficile.
In un tratto scosceso, il sentiero si presenta smottato e scivoloso. Mario passa oltre, ma il fratello non si fida e vorrebbe essere aiutato. "Ecco il pauroso che piagnucola", dice l'altro, "forza, salta, di che cosa hai paura?". Giorgio si rifiuta, si indispettisce e decide di tornarsene a casa.
La nonna Ninin, nella sua cucina-retrobottega del negozio di alimentari del nonno Giuan, sta preparando il caffè (orzo tostato che mette nel macinino a mano aggiungendovi otto grani di vero caffè) per offrirlo allo zio Pin, il fratello, che a quell'ora passava spesso a farle visita. Quegli otto grani di caffè (cosa inimmaginabile) li prendeva da un sacchetto di 5 kg che…tolto dal mercato in tempo utile era bastato (dati i prelievi così razionati) per quasi tutto il periodo della guerra. Lo zio Pin, che ha con sé il nipote Candido, manifesta l'intenzione di fare un salto alla stazione ferroviaria per vedere il treno che un ricognitore alleato, in mattinata, aveva mitragliato ed immobilizzato sui binari. Giorgio, di ritorno a casa, posati i quaderni, si aggrega alla compagnia, di cui fa parte anche il "Danin", il meccanico ciclista, che si era accodato strada facendo. Giunti a metà del viale che porta alla stazione, alcuni caccia alleati, apparsi improvvisamente, stanno per dare inizio alle manovre di picchiata per bombardare la stazione ferroviaria al fine di ostacolare, probabilmente e con maggior efficacia, il transito di un treno armato tedesco da giorni al riparo sotto la galleria del Turchino.
I quattro, di corsa, intuito il pericolo, invertono marcia per tornarsene a casa, ma giunti all'altezza dell'Osteria "San Guido", non resta loro che rifugiarsi nella stradina che separava l'edificio dal campo da bocce, sopraelevato di un paio di metri rispetto alla strada provinciale.
Dappertutto cadono le bombe tranne che sull'obiettivo, è il caso di dire. La più centrata demolisce un angolo dell’edificio della stazione, altre cadono nello Stura; una colpisce in pieno la cabina elettrica della CIELI che si trovava dov'è ora il panificio Leoncini; una in piazza all'Inferiore causando sei vittime tra le quali il proprietario dell’edificio, il vecchio Vignun, ed un bimbo in tenera età che la mamma soffocò nell’istinto protettivo. Le più decentrate rispetto all'obiettivo sono sicuramente le due che finiscono esattamente sul campo da bocce del "Brignin".
Ivi la natura del terreno, fortunatamente, attenua la forza dirompente dell'esplosione, ma copre di terra e di pietre lo zio Pin che istintivamente avvolge sotto il suo ampio mantello i due terrorizzati nipotini; il "Danin", che sull'altro ciglio della strada non aveva ancora imboccato il vialetto, vola letteralmente nella scarpata sottostante la provinciale rischiando di finire nel canale che portava l’acqua alla turbina del cotonificio Formento.
Il bilancio, per grazia di Dio, non è così tremendo: il più malcapitato è Giorgio che con una gamba rotta è soccorso nel vicino ospedale. La gamba è provvisoriamente steccata dal dottor Gatto e Giorgio portato a casa da nostro padre che, trafelato, arrivò proprio in quel momento. A casa è un via vai di parenti ed amici che accorrono per rendersi conto dell'accaduto.
Lo zio Alfonso è tra questi. Prima di fare un salto all'Inferiore dallo zio Paolin (una bomba era esplosa a pochi metri dal suo negozio), sale un attimo dal nipote. Un atroce destino stava per portare a compimento il suo triste disegno. Il povero Alfonso, infatti, beneficiava di un periodo di licenza nella sua attività di Guardia Municipale a cavallo, a Roma. Un periodo di licenza che si era cercato di prolungare in qualche maniera per tenerlo lontano dalla situazione di precarietà contingente, con gli Alleati che, occupata la Capitale, muovevano verso nord.
In piazza all'Inferiore, panico ed impotenza, di fronte a tanta rovina, suggeriscono a chissà chi, forse allo stesso Commissario Ascenzi, di chiedere in aiuto l'invio di alcuni militari alla guarnigione tedesca di stanza a Campo Ligure. Gesto ed iniziativa che si riveleranno avventati, inutili, inopportuni e tragici nella già triste realtà del momento. Si temeva che sotto le macerie potessero trovarsi molte persone, così che un certo sig. Bertoglio, che fungeva da interprete, ingigantendo le proporzioni dell'accaduto, convinse il ten. Schmidt a prestare il soccorso richiesto.
I militari tedeschi si erano appena messi al lavoro quando, non si sa bene per opera di chi e da dove, vengono fatti segno da colpi di fucile. E' l'inizio della tragedia: disorientati, increduli ed infuriati, i militari, convinti trattarsi di una trappola – evidentemente per loro che erano stati chiamati a portare soccorso era difficile pensare in modo diverso – affrontano la situazione sparando all'impazzata su quanti vengono a trovarsi a portata di tiro.
Ha quindi inizio un rastrellamento casa per casa: sull'uscio dello zio Paolin il militare tedesco, che aveva bussato alla porta, si trova di fronte la gigantesca figura del povero Alfonso, un giovanottone alto quasi due metri, e fa fuoco con una raffica che raggiunge al ventre il povero zio, sorpreso ed ignaro di quanto stava accadendo.
A questo punto la breve riflessione che ha suggerito il titolo di questo racconto. Un amaro pensiero su quello che quel gesto scortese avrebbe potuto evitare: il ferimento di Giorgio e quel contrattempo per lo zio Alfonso, che volle accertarsi delle sue condizioni, prima di correre all’Inferiore, eventi che propiziarono l'appuntamento con il mitragliatore tedesco.
Evidentemente ogni individuo porta con sé la scheda perforata del suo destino, dove non è possibile interferire in nessun modo ed in nessun momento. Si cercò con ogni mezzo di sottrarlo al pericolo che a Roma poteva incontrare con il precipitare degli eventi, lo si portò invece all'incontro con la fine più assurda.
Qualche anno dopo, una notte sentii mio padre piangere sommessamente nel sonno. Corsi a vedere. “Oh, che brutto sogno stavo facendo!” mi disse. “Ero alla stazione che aspettavo arrivasse lo zio Alfonso da Roma; anziché lo zio, mi vennero incontro con una cassa da morto”. Nell’inconscio, lo tormentava ancora il senso di colpa per aver voluto lui quella soluzione che aveva causato tanta tragedia.
Fu presto buio quella sera. Lo zio Alfonso ferito a morte non poté essere avvicinato da alcuno. Nessuno poté prestargli soccorso. Solo Aldo Repetto, il futuro medico, che abitava nella casa attigua, gli fu vicino il tempo sufficiente per qualche dose di morfina. Alle 21 o poco prima cessava di vivere.
I militari tedeschi, riavutisi dallo sconcerto e per loro buona sorte indenni, tornarono all'acquartieramento di Campo Ligure. Dall'ufficio del suo comando frattanto il ten. Schmidt, comandante del presidio, concertò il suo inesorabile intervento punitivo nei confronti della borgata dell'Inferiore, rea secondo lui di aver tramato una vera e propria imboscata. Sarebbe occorsa molta più calma e forse anche molta buona volontà per allontanare dalla psicosi di un militare che doveva pur rendere conto del suo operato, l'idea che la popolazione era estranea al deplorevole gesto proditorio. La ferrea regola della rappresaglia, però, non lasciava alternative.
Iniziò pertanto un cannoneggiamento sulla borgata che si protrasse per circa un quarto d'ora, ma la gittata del piccolo cannone non spinse le bombe oltre la casa ed i campi del "Romanin". Si decide quindi di piazzare, all'altezza delle scuole elementari, un mortaio le cui bombe finiscono per buona sorte sui campi del "Ronchetto", alcune addirittura senza esplodere. Ma ecco che il tubo del mortaio esplode causando la morte dei due militari addetti all'arma. Sospeso il cannoneggiamento, Schmidt decide di incendiare le case iniziando dal fondo del paese dove era iniziata la sparatoria.
Tempestiva al di là di ogni ragione e sproporzionata parve subito la reazione tedesca; sproporzionata dal momento che nessuna vittima tra i militari aveva fatto registrare lo sconsiderato gesto. In seguito la cosa sfuggì alla razionalità più elementare e complicò le cose al punto dal farle precipitare nell'automatico ed inumano epilogo.
Non avevo che nove anni ed il ricordo di quelle ore, benché indelebile, è pur sempre frammentario. Rannicchiato vicino alla stufa, sentivo i lamenti di Giorgio nella cameretta poco discosta: la rottura della gamba non ancora ridotta, portava infezione e dolore. Un buio profondo avvolgeva l'intero paese, privo di energia elettrica. Le bombe del cannone tedesco fischiavano sopra le nostre teste, ma non ci rendevamo conto di cosa stesse succedendo. Gli zii facevano la spola per informare mio padre sulla sorte dello zio Alfonso, finche lo zio Tino non portò la triste conferma della morte.
Non ricordo altro di quella terribile notte. Di buon mattino il dott. Gatto tornò a rivedere Giorgio e ne ordinò l'immediato ricovero al Gaslini a qualunque costo, con qualsiasi mezzo. Il treno, era ovviamente l'unico mezzo. Mio padre, recuperato nel forno degli zii un cassonetto a sponde basse, di quelli che servivano per la lievitazione dei filoni per i biscotti, caricò Giorgio imbottito di coperte e si avviò verso la stazione. Fermato da un blocco tedesco che non volle sentir ragioni, dovette tornare sui suoi passi per studiare una soluzione alternativa.
Fu Nadin "del casello" che ebbe l'intuizione di suggerire la possibilità di fermare all'altezza del passaggio a livello custodito del Superiore, il treno degli operai dell'Ansaldo, che aveva trasferito in un'ala del Cotonificio Ligure il reparto "ottica e congegni di puntamento" dello stabilimento di Genova-Sestri. Corse lungo i binari verso la stazione per avvertire il macchinista. Giorgio poté così proseguire per l'ospedale Gaslini.
Un acre fumo saliva dall'Inferiore in fiamme. I tedeschi stavano portando a compimento la scontata ed automatica rappresaglia.
Poco dopo questo allucinante evolversi di avvenimenti, i resti carbonizzati dello zio Alfonso, ricomposti su di un telo, venivano trasportati nella camera ardente dell'ospedale: macabri e beffardi resti di quella gigantesca figura che cavalcava impettita per le vie di Roma avvolta nel suo ampio e bianco mantello. Quei poveri resti martoriati giacevano ora tristemente avvolti in un bianco sudario di morte.
Difficile dimenticare quei terribili e sventurati giorni e quelle povere vittime innocenti. Doveroso un cristiano perdono per tutti quelli che in un modo o nell'altro ne furono responsabili. Vili e blasfeme le speculazioni di parte. Doveroso il perdono, come la razionale consapevolezza di collocare ogni responsabilità nei suoi giusti confini. Consci peraltro che nella furia e nella barbarie omicida di un conflitto armato non sarà mai possibile che qualcuno sappia o riesca a discernere tra giusto e sbagliato, tra umano e bestiale."
Est modus in rebus